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Idropoltrona
'Desenzano' 1928-1944
Materiale
gentilmente inviato da Enrico Azzini
Lago
di Garda, scuola di alta velocita' della Regia Aeronautica,
e idropoltrone.
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Novembre 2006
A
poco meno di 80 anni dall'invenzione di questo bizzarro manufatto,
approda alla mia mail di webmaster la curiosa storia di Omobono
Tranquilli. Storia tutta degli anni 20 e 30, anni esplosivi di
creativita' e coraggio, nei quali la tumultuosa evoluzione della
tecnologia aeronautica travolgeva aime' a volte uomini e situazioni.
Storia incredibile tra mille storie incredibili di quei pochi
decenni. Come dimenticare tra le altre quella tutta documentata
nella quale durante il primo conflitto mondiale due marinai assolutamente
inabili al volo rubano un idrovolante e dopo avere volato con
rotta a intuito ammarano incolumi in piena notte (la manovra prevederebbe
nell'ordine: brevetto di pilota, abilitazione all'aeroplano, abilitazione
volo IFR ovvero strumentale, abilitazione agli idrovolanti) nei
pressi di una nave da battaglia italiana dichiarandosi disertori?
L'idrovolante al centro della rocambolesca e surreale avventura
e' tuttora esposto al Museo di Vigna di Valle.
Grazie
quindi a Enrico Azzini che ha ricostruito e posto sotto forma
di narrazione la storia vera di Omobono, uomo di quegli anni,
che condivide ovunque sia ora la nostra passione per gli aeroplani.
Ecco
dunque quello che accadde. Buona lettura.
La
storia dell'idropoltrona Desenzano
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Omobono
Irrequieti nacque a Gussago, in provincia di Brescia, nel 1896,
ultimo dei quattro figli di Giulio Cesare, un accordatore di strumenti
musicali. La madre, Stella Gardone, era l'ultima erede di una
ricca famiglia di possidenti terrieri.
Nel 1909 gli Irrequieti sono scossi dalla notizia dalla morte
del Marchese Costa de Beauregard, proprio mentre Giulio Cesare,
accordatore di fiducia del nobile francese, si trova nella dimora
parigina. Il dodicenne Omobono, alunno modello, nel diario, sul
quale ha cominciato a registrare gli episodi più importanti
della sua vita fin da quando aveva cinque anni, ricopia un articolo
dalla prima pagina del Figaro che gli ha recato il padre da Parigi.
Le
roi des Bulgares a chargé M. Stancioff, ministre de Bulgarie
à Paris, de déposer en son nome une couronne sur
le cercueil du marquis Costa de Beauregard et d'offrir ses condoléance
à la famille du défunt.
Nella
tarda estate dello stesso anno Omobono Irrequieti si appassiona
all'aviazione dopo aver assistito al grande raduno di Montichiari
del settembre 1909. Nel suo diario annota brevemente: "Il
cielo meraviglioso era reso ancor più meraviglioso da queste
macchine che compiono grandi balzi e poi spiccano il volo. Tra
questi nuovi angeli anche il temerario Luì Bleriò.

In
piedi accanto a noi stava un signore con le orecchie grandi e
il suo sguardo cupo mi metteva a paura, cosicché mi strinsi
più forte al babbo. Il signore stava con il naso in su
come tutti noi, ma ogni tanto calava il volto e scriveva qualcosa
su un piccolo taccuino. A un tratto si accorse che gli guardavo
le orecchie e mi disse una frase che non compresi, perché
era in tedesco."

Grazie
al suo entusiasmo e alla sua curiosità venne rapidamente
a contatto con i pionieri del volo italiano. Vive con tutta la
pienezza del suo essere in un'atmosfera caratterizzata dal coraggio
e dalla generosità che ben si addicono al suo carattere
romantico. La sua abilità di accordatore, appresa dal padre,
fu preziosa per i piloti di questi velivoli la cui resistenza
strutturale e la capacità di manovra era dovuta in gran
parte a un complesso intrico di tiranti di fili e cavi d'acciaio.
Alla vigilia della Grande Guerra si arruolò come meccanico
specialista nel corpo del Genio nel quale era inserito il germe
dell'aviazione italiana. Serio, scrupoloso, ricevette attestati
di stima dagli assi più gloriosi e da piloti sconosciuti,
molti dei quali non sarebbero mai tornati da una missione di combattimento.
A uno in particolare, del quale purtroppo non conosciamo il nome,
con affetto dedicò diversi brani del suo diario, partecipando
alle sue preoccupazioni. "Gli chiesi allora del fratello,
e lui espresse tutta la sua costernazione. Saperlo a combattere
sulle montagne lo addolora. Le marce, le granate, il fango, il
disordine a cui pare non possa resistere più delle altre
piccole tragedie che porta la guerra. Lui si sente in colpa, quasi
al sicuro sul suo fragile apparecchio."

Al
termine del conflitto vittorioso, pur nel clima generale di smobilitazione,
grazie alle sue apprezzate capacità, riuscì a rimanere
nel Corpo Aeronautico Militare. La mattina del 2 febbraio del
1922 Omobono Irrequieti scompare mentre sta collaudando un aereo.
In realtà, non abilitato al volo, doveva effettuare dei
normali controlli a terra su un motore.

Già
in tarda serata - si teme ormai il peggio - vengono avviate scrupolose
ricerche sulle colline che circondano il campo di volo dal quale
è decollato. Viene interrogato il giovane apprendista che
lo ha assistito nella messa in moto avviando a mano l'elica, che
ricorda la sua espressione profondamente turbata. Di Omobono non
c'è traccia fino al novembre del 1924, quando l'Ansando
SVA 9 viene ritrovato, perfettamente integro, occultato all'interno
di una cascina abbandonata. La famiglia lo cerca disperatamente,
la sua foto viene diffusa sui giornali locali, si interpellano
gli ospedali, le stazioni dei Reali Carabinieri. Un amico della
famiglia Irrequieti, l'Ingegnere Alberto Casentino, crede di riconoscerlo
in Argentina, durante un raduno aviatorio a Rio Lujan, nei dintorni
di Buenos Aires. Lo avvicina, ma l'uomo, rispondendo in perfetto
spagnolo, lingua che Omobono non aveva mai conosciuto, sorridendo
si congeda dicendo che si tratta di un errore, di un palese caso
di simiglianza fisica. Il giorno dopo, ma può trattarsi
di una semplice coincidenza, il Casentino torna sul luogo, ma
quell'uomo è scomparso e non riesce a reperire informazione
alcuna sul suo conto.
Una sera di gennaio del 1928 un uomo si presenta al cancello di
Villa Irrequieti. È Omobono, le sorelle non hanno dubbi,
lo riconoscono immediatamente. Lo accompagna una donna cilena,
avvolta negli abiti tradizionali della sua terra natia. Le sorelle
- Egiziaca parla correntemente sei lingue e tra queste lo spagnolo
- apprendono che è la moglie. Lo sguardo di Omobono è
assente, non parla, viene immediatamente chiamato il dottore di
famiglia. Le sue condizioni fisiche appaiono perfette, il corpo
è asciutto e muscoloso come sempre, ma viene diagnosticata
una forte intossicazione, forse da oppio. Trascorre le giornate
su una poltrona in giardino, imitando con la bocca il rombo dei
motori di aeroplani. Le sorelle gli parlano, gli raccontano gli
eventi accaduti negli anni di lontananza, la mamma Stella morta
di crepacuore pochi mesi dopo la sua scomparsa, il babbo Giulio
Cesare suicida in seguito a un'avventura finanziaria conclusasi
con il fallimento della ditta di pianoforti meccanici che aveva
rilevato nel 1926. Irma, Titania ed Egiziaca riescono a mantenere
un tenore di vita dignitoso solo grazie alla vendita di alcuni
terreni di famiglia. La donna cilena, dopo aver rivelato di essere
incinta, si chiude in un ostinato mutismo. Nel maggio del 1928
nasce Giulio Cesare, nel quale le tre sorelle, che avevano dubitato
che il padre potesse essere veramente Omobono, riconoscono i tratti
caratteristici degli Irrequieti. Nemmeno la presenza del figlio
scuote Omobono che continua a sedere o a passeggiare nel parco
di querce della Villa.

All'Ingegnere
Casentino viene affidato l'incarico di raccogliere informazioni
su quei sei anni trascorsi nel buio. Approfittando della sua professione
che lo porta spesso in Sud America per sovrintendere alla costruzione
di dighe e ponti in cemento armato, conduce vaste ricerche in
Cile, dove la famiglia Irrequieti presume che Omobono abbia conosciuto
Juanita Frances. Noleggia una vettura e gira di villaggio in villaggio
mostrando la fotografia dell'amico. Un europeo non dovrebbe essere
passato inosservato in quei luoghi isolati, ma non trova traccia
alcuna. Chilometri e chilometri di piste di fango, percorre sentieri
nella giungla, si spinge fino alla vette della Cordillera. La
crisi economica costringe l'Ingegner Casentino a rientrare in
Patria senza aver ottenuto risultati. A tutt'oggi quei sei anni
continuano a rimanere avvolti dal mistero.
In
seguito al matrimonio di Titania viene presa, a malincuore, la
decisione di allontanare Omobono dalla residenza di Gussago. Juanita
Frances non si oppone. Il malato, che non mostra segni di miglioramento,
viene ricoverato nel nosocomio di Bardolino, sulle rive del Lago
di Garda. Le sorelle, pensando di poter risvegliare qualcosa nel
fratello, commissionano allora a un cantiere navale di Desenzano,
sede in quegli anni della Scuola d'Alta Velocità della
Regia Aeronautica, la costruzione della Idropoltrona. Grazie alla
perizia delle maestranze specializzate del BVR (Barche e Vascelli
Rossi), viene realizzata nel giro di poche settimane. Ogni mattina
l'Irrequieti spinge la sua Idropoltrona lungo lo scivolo d'approdo
del nosocomio e legato a una lunga cima, trascorre le sue giornate
nelle acque placide del lago lombardo.
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Idropoltrona Desenzano,
cantieri BVR - Fonte Azzini
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Doveva
suscitare una ben malinconica impressione, immobile nelle acque
del lago con un anello di salvataggio attorno al collo, imitando
il rumore del rombo dei propulsori aeronautici.
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Idropoltrona Desenzano,
cantieri BVR - Fonte Azzini
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Omobono Irrequieti, dimenticato dalla famiglia nelle tristi vicende
di un nuovo conflitto mondiale, continuò a sedere sulla
Idropoltrona fino all'ottobre del 1944, quando venne requisita
da un ufficiale della Luftwaffe di stanza a Verona-Villafranca
per essere imballata ed esaminata in Germania, probabilmente da
elementi del misterioso Kampfgeschwader 200, ma la drammatica
situazione bellica nella quale si dibattevano ormai gli italo-tedeschi
ne impedì il trasferimento. Si spense serenamente, come
serenamente sembrava aver vissuto, il 2 gennaio 1948, il giorno
successivo all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana.
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Idropoltrona Desenzano,
cantieri BVR - Fonte Azzini
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L'Idropoltrona
rimase in uno scantinato del nosocomio di Bardolino fino al 1976,
quando, insieme ad altri oggetti, fu rilevata da un antiquario
milanese.
Costui
la vendette nel 1999 a un cantiere che per una singolare coincidenza
porta la stessa sigla BVR, Beyond Visual Range. Grazie al sostegno
della Banca Popolare di Gussago inizia la difficile opera di ripristino.
Vengono restaurati i due galleggianti, danneggiati da anni di
permanenza in acqua. Per quanto la funzione dei galleggianti negli
idrocorsa sia intuitiva, in realtà essi servivano anche
per contrastare al decollo l'enorme coppia dell'elica mossa da
motori da oltre 2000 cavalli. La finitura superficiale dei due
scarponi è stata oggetto di particolari attenzioni come
lo fu per gli idrovolanti che servirono da ispirazione. Per il
Macchi Castoldi C72, ancora detentore, a 69 anni di distanza dal
record ottenuto da Francesco Agello, furono preferiti galleggianti
in legno per eliminare la resistenza aerodinamica dei rivetti
necessari per una struttura metallica. Oggi l'Idropoltrona appartiene
alla ricca raccolta aeronautica di un collezionista romano.
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